Negli Usa è in atto una guerra civile fra gli agricoltori a causa della siccità

L’eccezionale siccità che ha colpito gli Stati Uniti negli ultimi mesi sta dimostrando la gravità degli squilibri del modello agro-industriale nordamericano.
Infatti le colture maggiormente colpite sono quelle più importanti per il sistema agricolo statunitense, il mais e la soia. Secondo l’ultimo rapporto del Dipartimento dell’Agricoltura statunitense, infatti, la produzione di granturco prevista sarebbe la più bassa degli ultimi 17 anni, con un calo del 15,5% rispetto alla previsione elaborata lo scorso giugno, con una media per acro di 123,4 rispetto ai 146 bushel ipotizzati; prospettive negative simili vengono calcolate anche per la soia, con un calo del 10,7% rispetto alle previsioni di giugno (4,4 bushel/acro rispetto ai previsti 5,4).
La prima conseguenza di questo evento naturale, ovviamente, è quella dell’aumento dei prezzi di questi prodotti che, come si sa, sono anche prodotti di riferimento per i prezzi mondiali di molte altre commodities agricole, i cereali in primo luogo: il prezzo del mais è già passato dai 5,20 dollari/bushel di giugno agli attuali 8,12, un aumento di ben il 64%.
Inserendosi nella filiera di molti altri prodotti alimentari, un simile aumento, sempre secondo l’USDA (il Dipartimento dell’Agricoltura Usa), comporterà un aumento dei prezzi al consumatore valutato in un 4-5%, cosa questa che, anche in un Paese fortemente terziarizzato come gli Stati Uniti nel quale la spesa alimentare incide solo per un sesto nel budget delle famiglie, comporterà un rallentamento di uno 0,1% del tasso di crescita del Paese.
Ovviamente, le ripercussioni potranno essere assai più gravi a livello mondiale, come osserva Eric Munoz, un analista del gruppo Oxfam, specializzato in aiuti alimentari internazionali: “Gli Stati Uniti sono il maggiore esportatore di mais, soia e grano al mondo, e con ogni probabilità questi picchi di prezzo si ripercuoteranno sui mercati a livello globale, con conseguenze devastanti per quanti già stanno combattendo per avere cibo sufficiente per alimentarsi”. Infatti, la FAO, l’organizzazione alimentare delle Nazioni Unite, ha già confermato che i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati del 6% a luglio, con punte del 23% per il mais.
Ma l’aspetto certamente più singolare è rappresentato da quella che gli esperti americani di agricoltura già definiscono una agriculture civil war, una “guerra civile fra agricoltori”. Infatti gli agricoltori sono stati incentivati a produrre mais a fini energetici, per ricavare etanolo, come bio-carburante, mediante un programma di sussidi statali che si chiama Renewable Fuels Standard (RFS), gestito dall’EPA, l’agenzia statunitense per l’ambiente. Questo programma, divenuto legge nel 2005, prevede per il 2012 che siano prodotti e incentivati ben 13,2 miliardi di galloni di bio-carburante, corrispondenti a 4,7 miliardi di bushel di mais. Ne consegue che ormai quasi il 40% del mais Usa viene prodotto per ricavare etanolo, a causa di una maggiore convenienza.
In questo modo, però, a causa della riduzione della produzione e dell’aumento dei costi causato dalla straordinaria siccità di questa estate, gli allevatori nordamericani si trovano in una situazione disperata, che dipende da un sistema industriale di produzione animale nella quale i cereali sono fondamentali per l’ingrasso degli animali, nonostante l’assurdo bilancio energetico nel rapporto fra chilocalorie utilizzate e chilocalorie prodotte che ne deriva.
I tecnici Usa fanno oggi osservare che, ad un prezzo medio che in autunno potrebbe spingersi a 10 dollari per un bushel di mais e 20 dollari per uno di soia, nell’ultimo quadrimestre di quest’anno ogni allevatore potrebbe perdere intorno agli 80 dollari per capo, il che comporterebbe la chiusura di moltissimi allevamenti. Per questa ragione, alcuni giorni fa, un gruppo che riunisce le 18 principali associazioni di allevatori statunitensi, capitanati dalla National Pork Producers Council, produttori di suini, e dalla National Cattlemen’s Beef Association, produttori di bovini, hanno inviato un appello all’EPA nel quale chiedono una immediate riduzione almeno momentanea degli obiettivi del programma RFS.
A questa presa di posizione ha fatto riscontro una decisa opposizione da parte dei produttori americani di mais, riuniti nella National Corn Growers Association, che, in un comunicato, hanno confermato che “la NCGA supporta con forza il programma Renewable Fuel Standard e che si opporrà quindi fortemente a qualsiasi modifica della legislazione esistente sullo RFS, ritenendo prematura una riduzione degli obiettivi, dato che finché le colture sono ancora in campo è troppo presto per determinare la produzione finale di mais del raccolto di quest’anno”.
Mentre persino la FAO si sia mossa richiedendo, per bocca del suo stesso direttore generale José Graziano da Silva, in una lettera aperta al Financial Times, “un’immediata, temporanea sospensione del programma RFS, per dare respiro ai mercati e consentire l’afflusso di maggiore quantità di prodotto per usi alimentari e di allevamento”, i rappresentanti dell’industria di bio-carburanti statunitensi hanno assunto una posizione attendista, attraverso il loro portavoce, Matt Harwig: “non abbiamo altro che ipotesi sugli effetti che potrebbe avere il pericolo di una scarsa produzione di mais; dobbiamo assumere un atteggiamento di attesa (wait-and-see)”.
Per quanto paradossale possa apparire, non possiamo sorprenderci che un programma destinato a potenziare la produzione e l’utilizzo di carburanti da fonti rinnovabili divenga uno strumento che rischia di produrre fiammate speculative sui mercati mondiali e tensioni sociali: è l’impostazione complessiva di un sistema agricolo interamente dipendente dalle esigenze industriali che crea oggi, dopo ingenti danni per l’ambiente e per la salute, anche il rischio di uno scontro fra branche diverse dell’agricoltura, tutte accomunate da una lotta disperata per aumentare i propri sempre più limitati margini di profitto.
Con effetti che potrebbero essere devastanti, come già accaduto nel 2007, in quei Paesi del Sud del mondo che sono costretti ad importare commodities agricole in quanto le proprie agricolture, secondo i dettami mondializzati dello stesso modello di agricoltura, hanno dovuto soggiacere alla logica, in voga da almeno trent’anni, del cosiddetto comparative advantage (“vantaggio comparativo”). Un concetto, largamente promosso dalle grandi multinazionali agricole, secondo cui bisogna fare agricoltura solo nei paesi in cui si produce ai prezzi più bassi, come negli Usa: da questi paesi si devono importare i prodotti agricoli, in modo da acquistare, col risparmio così ottenuto nella propria spesa alimentare, gli altri prodotti di consumo offerti dai medesimi paesi, come gli Usa, che producono materie prime agricole a basso costo. In questo modo si sono gradualmente abbandonate o cedute a terzi le produzioni locali e, nonostante non vi sia penuria di prodotto a livello mondiale, milioni di persone nel mondo sono condannate alla perenne scarsità di cibo.
Quando poi arriva la siccità, si innescano anche in quei paesi privilegiati le assurde “guerre civili” fra poveri, in quanto anche lì si sono creati artificiali conflitti di interessi, come ora questo fra i produttori di mais e gli allevatori, che impedisce agli agricoltori americani di arrivare ad una chiara presa di coscienza sull’insostenibilità tecnica ed economica del modello di agricoltura al quale sono assoggettati.
Nel momento in cui in Europa si sta discutendo la nuova Politica Agricola Comunitaria, non ci si può che augurare che si cominci ad operare strutturalmente per il superamento di questo modello che ancor meno corrisponde alla realtà produttiva dell’agricoltura del nostro continente.

Autore: G. Sinatti / Fonte: clarissa.it
http://www.ecplanet.com/node/3473

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